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Cent'anni fa cadeva eroicamente sulle cime innevate delle Alpi il capitano Arnaldo Berni (VOCE DI MANTOVA 02/09/2018)

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Cent'anni fa cadeva eroicamente sulle cime innevate delle Alpi il capitano Arnaldo Berni, mantovano, la più giovane medaglia d'argento al valor militare della prima guerra mondiale, astro dell'alpinismo. Il "capitano sepolto nei ghiacci" riposa ancora lassù, tra le cime innevate. Ecco la sua storia. Arnaldo Bemi nacque a Manto va il 2 giugno 1894. Si diplomò ragioniere, fruendo anche di una borsa di studio dell'Istituto Franchetti. Con lo scoppio della "Grande Guerra" venne chiamato a frequentare la Scuola Militare di Modena, dalla quale uscì col grado di Sottotenente di complemento. Venne assegnato alla 46a Compagnia del Battaglione Tirano del 5° Reggimento Alpino, che si trovava nella zona del passo dello Stelvio. Fu questo il paesaggio ghiacciato, oltre i 3000 metri, nel quale Berni condusse la sua vita da soldato. Si distinse come rocciatore e sciatore ed era ben apprezzato dagli alti comandi. Numerose le azioni alle quali partecipò, venendo promosso nell'agosto 1916 a tenente (per merito di guerra) e nell'ottobre 1917 a capitano. L'impresa più drammatica fu quella che lo portò alla morte. Il 13 agosto 1918 fu al comando della 307a Compagnia del Battaglione Skiatori Monte Ortler. Obiettivo: la conquista di Punta S. Matteo (Gruppo Ortler-Cevedale), a quota 3684. Un'operazione straordinaria condotta con i mezzi tecnici dell'epoca. Una vittoria brillante che il 3 settembre vide la reazione austriaca: mentre le truppe avversarie assediavano la posta zione in quota un colpo d'artiglieria imperiale colpì la volta della caverna nella quale il capitano Berni ed alcuni alpini erano rifugiati. Il crollo della struttura e gli uomini vennero sepolti dai ghiacci. Giacciono ancora là. Alla sua memoria venne conferita la medaglia d'argento al valor militare con questa motivazione: «Nell'attacco nemico di Punta S. Matteo, quota 3684, da lui organizzata e difesa, sotto intenso bombardamento con calma e serenità ammirevole prendeva le disposizioni per la resistenza finché rimaneva ucciso da un nuovo colpo nemico». Il suo ricordo fu tale che, finita la guerra, all'inizio d'aprile del 1919 alcuni colleghi ufficiali e "suoi" alpini superstiti fecero coniare, in suo onore, una medaglia d'oro che venne consegnata al padre durante una cerimonia a Verona.

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