Franchetti

  • Full Screen
  • Wide Screen
  • Narrow Screen
  • Increase font size
  • Default font size
  • Decrease font size
Sei qui: Rassegna Stampa Emanuele Colorni racconta storie di "Giusti". Ricorda chi aiutò gli ebrei contro i nazifascisti (CRONACA DI MANTOVA 01-02-2013)

Emanuele Colorni racconta storie di "Giusti". Ricorda chi aiutò gli ebrei contro i nazifascisti (CRONACA DI MANTOVA 01-02-2013)

E-mail Stampa PDF

Gamba di legno riuscì a salvarli Emanuele Colorni racconta storie di "giusti" Ricorda chi aiutò gli ebrei contro i nazifascisti Giornata della Memoria. Per ricordare ogni tipo di eccidio. Non soltanto ta Shoah o lo sterminio dei Rom, bensì tutte quelle dolorose storie che hanno visto uomini vittime di altri uomini. Emanuele Colomi è vice presidente dell'Istituto Giuseppe Franchetti e da un anno - dopo la scomparsa di Fabio Norsa- è presidente della Comunità ebraica di Mantova: "Una Comunità che in questa terra annoverava, in passato, sino a duemila persone. Da metà del 1800 il gruppo si è via via sfaldato passando a cinquecento unità, tra cui notai, medici e avvocati, per arrivare alle circa settanta di oggi". Comunità che porta con sé tradizioni, drammi, professioni, arte, cultura, ruoli importanti nella società mantovana. Emanuele Colorni, laureate in Chimica, sposato con la signora Loredana, padre di quattro figli e nonno di cinque nipoti, oggi pensionato, non dimentica. Come molti. Ma il suo ricordo, per una particolare circostanza, in questo caso è rivolto ai "giusti", a coloro che sono riusciti a salvare vite umane. Mantovani in fuga dalla città per non essere catturati dai nazifascisti. Tre storie che Colorni racconta con profonda adesione: perché lo hanno coinvolto direttamente. Lui stesso ha voluto trasmetterle a voce, dopo aver pubblicato quegli episodi in un libretto.

La tradizionale serata dedicata alla Memoria vede proprio lui ospite con la moglie. Organizza il Lions Club Mantova Ducale al ristorante "Rigoletto" con il presidente Gianfranco Ferlisi e il cerimoniere Michele Angiolillo pronti a ribadire l'impegno verso la condanna del crimini e la solidarietà verso chi soffre. Tre vicende, una delle quali coinvolge in modo personale Colorni. Il riferimento è ai propri familiari: "Mio papa Vittore era avvocato - ricorda - e a Mantova si trovava molto bene. Ma alcuni preoccupanti segnali, quale il forzato dimissionamento dalla Canottieri Mincio, gli fanno temere che ciò che stava succedendo in Germania poteva ripetersi in Italia. "La caccia agli ebrei si estendeva a macchia d'olio. Così mio padre, nell'agosto del 1943, con mia madre e la nonna decide di andare in vacanza sulle colline modenesi di Lama Mocogno". La famiglia Colorni avrebbe desiderato raggiungere la Svizzera, ma il tragitto era troppo pericoloso. L'obiettivo si spostò, pertanto, verso Sud, verso gli alleati. Come? "All'ufficio anagrafe di Lama Mocogno-ricorda Emanuele - lavorava un impiegato, Antonio Lorenzini, un uomo "giusto", che era disponibile ad aiutare gli ebrei. Tanto che riuscì a preparare tré carte d'identità false per papa, mamma e nonna dopo aver richiesto le loro fotografie. In dieci giorni i documenti erano pronti e, per sfuggire a qualsiasi controllo personale, Lorenzini, che era invalido, li nascose in un piccolo vano ricavato nella sua gamba di legno.
Cosi mio papa era diventato Adolfo Torelli, mia mamma Novellina Giordani e mia nonna Cleonice Gaspari: nomi di tre persone defante. In tal modo, in novembre riuscirono a raggiungere tranquillamente Roma e a salvarsi". Nella capitale, il 27 dicembre dello stesso 1943, nasce Emanuele. Il nome di Antonio Lorenzini è oggi riportato nel Museo di Gerusalemme, tra quelli delle persone che hanno aiutato o salvato gli ebrei. In quell'elenco mancano molto di coloro che, pur rimasti nell'anonimato, hanno lasciato un segno. Come nei caso degli altri episodi raccontati da Emanuele. Quello legato alla bambina che anni dopo diventerà sua moglie, Loredana, e quello del maestro Pinzi e della sua famiglia. Loredana era stata affidata dai genitori - fuggiti in Svizera - ad una parente che abitava a Venezia e da questa poi lasciata alle cure di suor Leonia diventata una "seconda mamma". La bambina, dopo la guerra, viene ripresa dai genitori e Loredana che incontra Emanuele anni dopo nella casa a Padova ha potuto rivedere la suora a Cisarsa 52 anni più tardi. La famiglia Pinzi,originaria dell'Alessandrino, ma stabilita a Mantova, è stata aiutata a nascondersi in un tugurio tra le colonne piemontesi grazie all'intervento di un contadino con cui il maestro strinse un fraterno rapporto istruendo i bambini e conciando le pelli. "In mezzo a tanto buio - commenta Emanuele Colorni - c'è la luce di questi uomini giusti, di persone non ebree che hanno salvato gli ebrei. Un ulteriore modo per non dimenticare la Shoah o medio tutte le immani tragedie di un passato ancora, purtroppo, tanto doloroso".

Questo sito utilizza i cookie per migliorare servizi ed esperienza dei lettori. Se decidi di continuare la navigazione accetta il loro uso Guarda nel dettaglio i termini della legge privacy policy.

Accetto i cookies per questo sito.