Franchetti

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80 anni di attività

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La storia degli 80 anni dell'istituto Giuseppe Franchetti non ha comunque soltanto il senso di una parabola dei tempi moderni, o di edificante racconto. E' anche mosaico di episodi gustosi di vita cittadina e provinciale che sarebbe peccato dimenticare e che in qualsiasi storia mantovana avrebbero una loro valenza. Ecco perché la storia è proposta in flash, colti negli anni più significativi, dal 1906 sino a oggi.

1906
E' l'anno in cui il Franchetti, grazie all'approvazione dello statuto e alla sua conseguente istituzione, con decreto reale, in ente morale, è finalmente messo in condizioni di operare. A settembre esce il primo bando di concorso. Le domande non tardano ad arrivare. Alla scadenza dei termini ce ne sono addirittura 85. Per la maggior parte sono firmate da universitari e da giovani pittori che vogliono allargare il campo delle loro conoscenze. Delle 85 domande, 45 sono accolte. Per loro la commissione amministratrice aveva già stanziato 31.500 lire, più o meno un decimo del bilancio 1906. Una cifra più che ragguardevole, traducibile in una ottantina di milioni di lire italiane 1983.
Tra i premiati si trova subito qualche nome che il tempo non ha appannato. Come, per esempio, Vindizio Nodari Pesenti, uno dei grandi della pittura mantovana del Novecento, e Al£onso Manfredini. A Vindizio N odari Pesenti perché possa continuare gli studi di pittura, il Franchetti assegna un assegno (rinnovabile negli anni successivi, se i meriti saranno confermati: postilla che ha un suo significato e si vedrà il perché) di 1.300 lire (più di tre milioni di oggi). Una sommetta discreta per quei tempi. Basti ricordare che il segretario dell'Istituto (allora tra i più pagati professionisti manto vani) , godeva di uno stipendio mensile di 200 lire e che lo stesso giorno della pubblicazione dell'elenco dei premiati sulla Gazzetta di Mantava, la pubblicità avvertiva che un giorno di pensione, in un discreto albergo di Abano Terme, costava dalle 4,50 alle 6,50 lire, cure comprese.

1907
La commissione amministratrice del Franchetti è rinnovata quasi completamente. Quella che aveva messo l'istituto in grado di operare (e che era poi, in gran parte, la stessa che per quasi tre anni aveva lavorato alla stesura dello statuto), è sostituita da Ugo Monselise, Oreste Mantovani, Cesare Genovesi, Achille Finzi, (tutti avvocati) e Carlo Vezzoni. Presidente è eletto Monselise. Tra i primi atti della rinnovata commissione, il cambio di sede. Lo si fa per risparmiare. Come si può leggere nei verbali: «... considerato che il numero dei locali è di molto superiore ai limitati bisogni dell'istituto.. .». Si decide così il trasloco. Il Franchetti va a stabilirsi nel palazzo Aldegatti, via Giovanni Chiassi 16, in un appartamento il cui affitto annuo è di 600 lire.
Un'inezia di fronte alle cifre che il primo bilancio ha proposto: 365.227 ,28 lire. Ma al Franchetti è d'obbligo la severità. Gli amministratori sono severi tanto verso se stessi, quanto verso i concorrenti. Che vengono seguiti anche dopo aver ottenuto il premio o 1'assegno (quasi mai pagato in un'unica tranche).
Può succedere, infatti, che qualcuno non mantenga le promesse, non studi come avrebbe dovuto, non frequenti quel particolare corso per il quale è stato beneficato. Nel qual caso la commissione interviene, impietosa, tagliando i viveri. Come succede a Vindizio Nodari Pesenti, cui, nel maggio, si decide di tagliare 1'assegno di 1.300 lire che gli era stato concesso con il primo concorso del 1906. L'assegno era condizionato alla frequenza dell'artista di alcuni corsi, ma Nodari Pesenti non ha frequentato nessun corso e il Franchetti gli toglie la borsa di studio. Alla fine di luglio, comunque, il giovane pittore qualcosa riesce a spuntare: il Franchetti gli assegna 450 lire per un soggiorno-studio di tre mesi a Venezia. Tra gli altri che ottengono l'assegno, Mario Moretti Foggia che può così frequentare lo studio di pittura, a Milano, di Giovanni Tallone, e Arrigo Visentini, già laureato in medicina, che punta a una specializzazione.

1908
Si decide il primo importante acquisto: una bicicletta destinata al fattorino-usciere. Lo stanziamento è di 225 lire. E' una sottolineatura che può far sorridere. Però accanto a questa spesa, il Franchetti attua lungimiranti investimenti in teste d'uovo. Tra gli studenti beneficati in quest' anno due, Bruno Barosi, già forte di un diploma di ragioneria e Mario Moretti Foggia (è al secondo anno di assegno), sono mandati all'estero a perfezionarsi, con stanziamenti piuttosto consistenti per quei tempi. Barosi va a Colonia e Mario Moretti Foggia, dopo aver frequentato lo studio milanese di Tallone, va in Francia a continuare i suoi studi d'arte. C'è anche un premiato che sta a sottolineare l'elasticità decisionale della commissione amministratrice: è Fulvio Martinenghi, una promessa della scherma italiana, cui vengono assegnate 500 lire per corsi di scherma a Milano e a Brescia.

1909
Gli operai possono usufruire degli assegni di studio dell'istituto Franchetti «per poter perfezionare la loro cultura» e, dunque, per poter migliorare la loro posizione di lavoro, insomma per far carriera? E' un problema che si pone, quando, tra le domande, ce n'è una firmata da Ernesto Rosignoli, operaio a Milano, mantovanissimo, che chiede un aiuto: sta frequentando una scuola serale, vuole diventare capo tecnico, ruolo intermedio, scrive nella domanda, tra operaio e dirigente, quello che oggi si definirebbe quadro. La discussione, anche se i verbali propongono il solito linguaggio burocratico, deve essere piuttosto accesa, tanto da occupare, addirittura, due sedute.
Uno dei commissari, Ugo Scalori (di idee progressiste, era allora sindaco della città, divenne poi senatore e fu, infine, sottosegretario), propende per la risposta positiva. Vede nelle stesse volontà di Franchetti la risposta positiva. Contrariamente a qualcun altro. Dice testualmente Scalori: «Questo principio democratico fu affermato più volte durante le discussioni della commissione compilatrice dello statuto». Era stato lo stesso Scalori a presiedere la commissione per lo statuto. L'argomento appare convincente, ma ci sono nuove obiezioni: le votazioni di Rosignoli non sembrano particolarmente brillanti. Ribatte ancora Scalori: «Esse, (le votazioni, ndr), sono degne di lode, specialmente se si ha riguardato a quanto il concorrente espone nella sua domanda e cioè che alla scuola egli è costretto a recarsi, date le sue condizioni economiche, alla sera, dopo le dieci ore di lavoro diurno». Comunque, vengono chieste informazioni su Rosignoli alla scuola serale mi1anese. La risposta è lusinghiera, è un giovane volonteroso che promette bene, sicché Scalori può insistere per un voto positivo alla concessione del premio. La sua proposta è messa ai voti ed è approvata a maggioranza (tre contro due). E' la prima volta, nei tre anni di vita dell'istituto, che la commissione amministratrice prende una decisione non all'unanimità. E all' operaio, perché la sera si dedichi a quegli studi di elettrotecnica per i quali aveva risposto al bando di concorso, il Franchetti dà 600 lire.

1910
Qualcuno tra i giovani che hanno potuto continuare gli studi e perfezionarsi grazie agli assegni del Franchetti, comincia a farsi onore. E' il caso (il primo di una lunga sequenza), di Archimede Bresciani, invitato a esporre le sue opere nella sala della gioventù all' esposizione d'arte di Venezia, allora tra gli appuntamenti più prestigiosi e non solo in Italia. Appena l'anno precedente, Bresciani si era visto assegnare 1200 lire per quattro mesi da trascorrere a Venezia, Firenze e Roma, a quei tempi tra le città più effervescenti e stimolanti per quanto riguardava l'arte figurativa.
Tra i giovani che concorrono cominciano ad apparire anche cantanti lirici o aspiranti cantanti. Per la cronaca, il primo cantante che può continuare con tranquillità i suoi studi grazie all'istituto è il soprano drammatico Ida Tencheni, cui vengono date 1500 lire per otto mesi di studio a Milano.

1911
Assegno a un' altra cantante lirica. E' Irma Fini. Tra i pittori che fanno domanda e sono accontentati, un altro nome destinato al successo: Antonio Carbonati, che il tempo rivelerà incisore raffinatissimo e la cui fama non sarà puramente mantovana.

1912
Ancora un giovane, tra i tanti che dal 1906 a oggi hanno goduto degli assegni del Franchetti, che si fa onore: è Ezio Levi, una laurea in lettere, e tra i primissimi beneficati dall'istituto, che vince a Torino il premio Santieri (una bella cifra per quei tempi: 2500 lire) per il miglior lavoro in lingua italiana nel triennio 1908-1911.
Insomma, il Mantovano che proprio in quest' anno si è rivelato nell' agricoltura" tra le popolazioni più produttive del Regno" (così è scritto nella annuale relazione della Camera di commercio), si sta rivelando produttivo anche come allevamento di teste d'uovo.

1913
Ottantotto le domande che arrivano nell'autunno per assegni o premi. Se si guarda quei tempi, in cui pochi riuscivano ad arrivare al diploma e pochissimi alla laurea, si puòtranquillamente dire, carta alla mano, che chiede un aiuto all'istituto Franchetti una buona metà dei giovani mantovani che inseguono una collocazione professionale di un certo livello. Una chiara testimonianza della fama già consolidata del Franchetti che è al suo ottavo anno di attività, ma che è già ben radicato nella realtà mantovana. Delle 88 domande presentate, 29 sono firmate da vecchi che già godono dell' assegno di studio e 59 da nuovi. Tra questi ultimi, tanti pittori che con il tempo conquisteranno un loro spazio nella storia dell' arte mantovana. E qualcuno di loro arriverà a godere di fama non meramente locale.
E per dire delle scelte tra i concorrentim fatte ogni anno dalla commissione che vaglia le domande (assegni e premi vengono dati esclusivamente in base ai meriti, la severità è notevole, di raccomandati neanche parlarne), un altro appunto su un giovane che si fa onore. E' Arrigo Visentini, laureato in medicina, poi docente e tra i primissimi beneficati del Franchetti, che ottiene negli Stati Uniti, dal Massachussets GeneraI Hospital di Boston, il Warren triennal prize. E' stato premiato un suo lavoro sulla fisiologia del pancreas. Gli vanno 500 dollari, una cifra notevolissima per quei tempi, 'oltre che, come oggi, valuta pregiata.

1914
Un nuovo nome si aggiunge alla lista già discretamente lunga di chi, aiutato negli studi dal Franchetti, è riuscito a farsi onore. Il taccuino propone il nome di Pietro Torelli (anche lui tra i primissimi beneficati), che ottiene la cattedra di paleografia e diplomatica all'università di Bologna.
E' un anno, questo, in cui gli aiuti dell'istituto vengono indirizzati anche a giovani che, pur non potendo vantare un profitto lusinghiero, dimostrano particolare attitudine in qualche settore.

1915
E' l'anno in cui scoppia la grande guerra. E i riflessi della tragedia destinata a sconvolgere tutto il vecchio continente si avvertono anche nel piccolo mondo dell'istituto Franchetti. La commissione amministratrice, in cui, nel frattempo, è entrato uno dei nomi più significativi dell'ultima storia mantovana, Enrico Dugoni, deputato al parlamento, rinvia la pubblicazione del bando di concorso a ottobre (c'è qualche tenue speranza che la violenza della guerra si esaurisca in pochi mesi) e decide di escludere assegni e premi per chi vuole fare studi all' estero.
Decide anche, per non creare discriminazioni tra chi è già partito per la guerra e chi non è ancora stato richiamato o, addirittura, chi è stato riformato, di accantonare 3.000 lire per gli studenti che sono già impegnati sul fronte. Chi vorrà ne potrà usufruire al ritorno.

1916-1917
Sono gli anni più duri della grande guerra. La ritirata di Caporetto fa addirittura dubitare sull' esito.
Sono gli anni in cui, più che mai, la tragedia che si è abbattuta sull'Europa fa sentire il suo respiro sull'istituto. Sono due gli appunti che colpiscono il cronista. Le sedute della commissione amministratrice sono ridotte al minimo. Bisogna risparmiare in tutto e per tutto. Anche in legna. Anche in luce. E allora, in questi due anni, le sedute della commissione amministratrice si contano sulle mani. L'istituto è quasi sempre.deserto. Il segretario è partito per il fronte. Gli si è cercato un sostituto, almeno per far fronte all'ordinaria amministrazione.
Ma quando lo si è trovato, il Franchetti deve subire un' altra partenza: anche il vicesegretario è richiamato al fronte. I bandi di concorso, comunque, escono puntuali, ma anche le domande, come le riunioni degli amministratori, sono ridotte al minimo. E' il segno più evidente della tragedia della guerra. Le domande che arrivano, una volta bandito il concorso, sono quasi tutte di donne. Di uomini, pochissimi. Ed è naturale che sia così con centinaia di migliaia di giovani impegnati sul fronte. Per loro si continuano ad accantonare somme di cui potranno usufruire al ritorno. E si premiano, intanto, le poche giovani (perché in quegli anni la presenza femminile nelle università era minima, circa un dieci per cento di quella maschile) che si avventurano negli studi universitari. In gran parte future professoresse (molto spesso di lettere) o laureate in farmacia. Tra loro un nome destinato al successo, Olga Visentini, che si rivelerà scrittrice sensibile nell' arcipelago della letteratura infantile.

1918
L'anno della vittoria. Ma la guerra che si trascina sino agli ultimi mesi (l'armistizio è firmato solo il 4 novembre) allontana ancora gli uomini dall' annuale bando di concorso, finendo per privilegiare le studentesse. E' anche l'anno in cui Ugo Scalori, tra i costituenti del Franchetti, ritorna nella commissione amministratrice. Un ritorno significativo perché sottolinea l'affetto da cui è circondato l'istituto che più che dar gloria, ai suoi amministratori richiede costanza d'impegno. Né il ritorno di Scalori può essere considerato alla stregua di bocciatura politica. In verità l'ex sindaco di Mantova sta per arrivare al vertice delle sue fortune .politiche: l'anno dopo sarà nominato sottosegretario.

1919
La guerra ha: lasciato ferite che non sono ancora state rimarginate, ma il Franchetti riprende in pieno la sua attività. E di domande, adesso che i giovani sono tutti tornati, ne arrivano parecchie, quando è pubblicato il solito bando di concorso. Raggiungono quota 93, che rappresenta per quei tempi il massimo storico. Di esse, 54 riguardano giovani in gran parte bloccati nei loro studi dalla guerra, (e per i quali, appunto, anno dopo anno erano state accantonate discrete somme).
A loro l'istituto guarda con particolare comprensione: saranno tutti accontentati.

Tra i bocciati un nome da ricordare: Guido Resmi. Perseguitato dalla sfortuna per tutta la vita, quest' artista così umile e sensibile non è mai riuscito, nonostante ripetuti tentativi, a godere di un premio o di un assegno del Franchetti.

1921
E' l'anno in cui il fascismo, non ancora giunto al potere romano, ma che nel Mantovano (come nel vicino Cremonese), ha già una sua consistenza, comincia a bussare alle porte del Franchetti. Dal verbale di una riunione della commissione amministratrice, si sa, infatti, di una discussione sulla richiesta, avanzata dal fascio di Castelbelforte, di un contributo.
E' sempre stata prassi del Franchetti, una volta esauriti i suoi compiti istituzionali (assegni e premi agli studenti), destinare ogni anno, se il bilancio lo permetteva, somme a enti, soprattutto di carattere culturale, della città o della provincia.
Un ulteriore contributo, insomma, alla realtà mantovana. E in questo senso la richiesta del fascio di Castelbelforte ha una sua logica. Ma la commissione amministratrice del Franchetti, all'unanimità, risponde no. Un no secco, senza alcun bisogno di dare spiegazioni. Intanto, si sono riaperte le frontiere e chi vuole perfezionarsi all' estero è in gran parte sostenuto nelle sue spese dall'istituto. In quest'anno, per esempio, Antonio Quiri, già laureato in medicina e chirurgia, ottiene un assegno di 2700 lire per poter seguire corsi di perfezionamento a Bonn.

1923
Escluso dai contributi dall'istituto, il fascismo, conquistato il potere a Roma con la presidenza del consiglio a Benito Mussolini, sta dilagando in periferia e cerca di dire la sua anche nella conduzione del Franchetti. Lo fa con un nuovo commissario, Ivanoe Fossani, subito eletto presidente (un' elezione nella quale pare di poter scorgere il sapore del
l'imposizione). Ivanoe Fossani è un nome che ha un suo significato nella storia politica mantovana durante il fascismo (tra l'altro fu direttore della Voce di Mantova e critico d'arte di discreta levatura). Al momento del suo ingresso nella commissione amministratrice del Franchetti, Fossani è segretario provinciale del Pnf (partito nazionale fascista), fatto, questo, che rivela in modo inequivocabile la rilevanza che i fascisti mantovani attribuivano all'istituto. Importanza che è da scoprire più che nella consistenza patrimoni aIe del Franchetti, nella sua azione di promozione dei cervelli mantovani; in altre parole, nella sua funzione formativa di classe dirigente. E come lasciarsi sfuggire, allora, la ghiotta occasione di occupare, in sordina, l'istituto?
Ecco perché Fossani, tra i leader più brillanti e attivi del fascismo mantovano, entra nella commissione amministratrice. Una volta entrato, si mette subito in azione. La sua prima proposta, da presidente, è di modificare i criteri con cui vengono attribuiti assegni e premi. La manovra non riesce. Fossani non la spunta. Anche se ha dalla sua un certo appannamento che l'istituto ha subito. In effetti, a guardare il 1924 e gli anni immediatamente precedenti, il Franchetti appare in crisi. Se prima dell' avvento del fascismo, le domande erano arrivate a sfiorare quota 100, nel 1923 le risposte al bando di concorso si fermano a 40. Che risposta dare a questo calo? Sono diminuiti gli studenti bisognosi e meritevoli? O i criteri di selezione troppo rigidi scoraggiano le domande? La risposta (una risposta che è possibile dare oggi) è probabilmente questa: gli effetti della guerra, del tumultuoso dopoguerra, della presa di possesso del potere da parte del fascismo, l'incertezza del futuro (a differenza dei primi anni del secolo), il vivere alla giornata a causa della presente situazione economica hanno decimato le file di chi vorrebbe continuare gli studi. Comunque, in questo 1923 sono distribuite in assegni e premi ben 47.700 lire. Fallita l'operazione modifica dei criteri concorsuali, Fossani riesce a seminare più soldi. Come dire alla gente: visto che con il fascismo saltano fuori anche i soldi?

1924
Le domande diminuiscono ancora, fermandosi a quota 34. La commissione è piuttosto severa. Cala la scure sulle richieste, un quinto delle quali conosce bocciatura. Morale: tra assegni e premi sono accontentati soltanto in 27.

1925
La crisi di domande sembra superata. C'è una lenta risalita: dalle 34 del 1924 si sale a 41. Quanto basta perché se ne compiaccia la stessa commissione amministratrice che in una riunione definisce l'istituto" quasi un osservatorio dell' intelligenza mantovana".
Il 1925 è l'anno della visita di Mussolini a Mantova e in una seduta il presidente Ivanoe Fossani avverte che «nella circostanza ho disposto per Sua Eccellenza Benito Mussolini gli stessi onori che furono tributati a Sua Maestà Vittorio Emanuele III nello scorso maggio in occasione della augusta sua visita a Mantova». E' da annotare che, mentre della visita reale, al Franchetti non si era parlato, del duce, invece, si parla. Insomma, il fascismo comincia a calarsi nella realtà dell'istituto (non a caso alle rievocazioni, il 28 ottobre, della marcia su Roma, il Franchetti è puntualmente rappresentato da presidente, segretario e applicato con tanto di gonfalone). E un'altra conferma si avrà qualche mese dopo la visita di Mussolini, in un telegramma inviato dall'istituto a palazzo Venezia per congratularsi con il duce "per lo scampato attentato" (ci si riferisce all'attentato progettato da Zaniboni e neppure tentato). Per non parlare della circolare, ovviamente arrivata anche al Franchetti, in cui si avverte dell' obbligatorietà del saluto fascista. Con involontaria ironia, la commissione amministratrice prende atto, senza discussione, del l'obbligatorietà del saluto.

1926
Ecco, il fascismo abbandona le sottigliezze diplomatiche e tenta apertamente di occupare l'istituto Franchetti. Lo fa con la sostituzione di Ivanoe Fossani, in odore di eresia, uscito sconfitto dal congresso provinciale del maggio 1924 (Fossani che non aveva peli sulla lingua, che aveva atteggiamenti di chiara autonomia, aveva scritto sulla V 0ce di Mantova parole durissime sui leader del fascio mantovano: «Gli onori salgono spesso al cervello, come gli acri odori delle cantine»). Arriva, dunque, al posto di Fossani, Massimiliano Cavriani, marchese, colonnello e cavaliere. Non contento di tutti questi titoli, Cavriani vuole anche la presidenza dell'istituto. O meglio, la vuole per lui la segreteria provinciale del Pnf che, superando con disinvoltura quanto è prescritto dallo statuto (il presidente è eletto dalla stessa commissione amministratrice, a maggioranza assoluta di voti), dice chiaro e tondo che Massimiliano Cavriani deve diventare presidente.
E' una strategia, quella fascista, che non ha bisogno di troppe spiegazioni. Nella geografia politica mantovana l'istituto Franchetti è posto che conta. Fallita l'operazione di vertice con Fossani, troppo autonomo e caduto poi in disgrazia, ecco dunque arrivare il plurititolato Massimiliano Cavriani, cui è doveroso spalancare le porte della presidenza. Ma gli altri commissari si ribellano. Non so se la casistica dell' opposizione mantovana al regime proponga analoghi esempi. Nella scarsissima panoramica su Mantova negli anni del fascismo, dal consolidamento del potere al consenso di massa, non ho trovato traccia di opposizioni a diktat giunti dall' alto, anche se, come ha scritto Rinaldo Salvadori, la penetrazione del fascismo nella società mantovana fu molto lenta. E mi pare, dunque, estremamente significativa l'aperta contestazione dell'istituto Franchetti.
Contestazione che resta, però, chiusa nell'istituto: probabilmente fuori, al di là delle sedi politiche e amministrative cittadine, nessuno ne vIene a conoscenza.
I verbali propongono comunque un'infuocata seduta (che, per la cronaca, avviene la sera del 30 gennaio) in cui Carlo Arrivabene, ingegnere, e Massimo Finzi, avvocato, sono i più energici, i più duri nel respingere decisioni che sono state prese al di fuori dell'istituto e che intaccano, inesorabilmente, definitivamente, l'autonomia, quell' autonomia che Giuseppe Franchetti, lungimirante, stendendo il testamento, aveva fortissimamente voluto. Loro, Arrivabene e Finzi, quasi provocatoriamente, propongono Gallico, un commissario che è entrato al Franchetti su designazione della Comunità israelitica e, ad arte, violentemente attaccato, qualche giorno prima, su un periodico locale, La Squilla del Sociale.
Arrivabene, giudicato un simpatizzante fascista, fa un discorso nobilissimo. In cui, dichiarandosi fascista anche se non iscritto al Pnf, prende le distanze dalle imposizioni della segreteria provinciale. «lo intendo il fascismo», dice Arrivabene, «come purezza di giustizia e di equità». E' per questo che, a suo avviso, il Pnf sbaglia nell'insistere sulla presidenza a Cavriani. Sbaglia e commette un'ingiustizia «se si oppone a che il professor Gallico sia elevato alla carica di presidente». E lui non può che protestare, non se la sente di seguire il Pnf «in tale atteggiamento» e darà le dimissioni se Gallico non saràeletto presidente.
Si arriva a un compromesso. Cavriani rinuncia alla candidatura e all'unanimità la commissione decide di rinviare sin e die l'elezione del presidente. Rinviando l'appuntamento, automaticamente Gallico, nella sua veste di commissario anziano, dirigerà l'istituto. E così è per tutto il 1926. Ma il 1926 non è solo l'anno della contestazione del Franchetti ai tentacoli del regime: i verbali propongono anche la trama di una storia in cui appare addirittura lo zampino della massoneria. L'istituto ha un portiere, Pericle Malavasi, lavoratore puntuale e volonteroso, come testimonia il segretario, sul cui conto non si registrano lamentele. Malavasi è in prova nel suo ruolo. Scadono i due anni di proroga dell'impiego e si pone il problema: confermarlo o no? Considerato il periodo, visto il precedente del rifiuto al presidente che i fascisti avevano già designato, con certa diplomazia l'istituto giudica opportuno chiedere al Pnf se Pericle Malavasi sia elemento affidabile o non, insomma se valga la pena di assumerlo in pianta stabile. La risposta della segreteria provinciale non si fa attendere e lascia di stucco gli stessi commissari: Malavasi è sì iscritto al Pnf; però risulta anche che «sia iscritto alla massoneria e che anzi presti servizi speciali, per la loggia massonica». A ben guardare, un siluro in piena regola alla conferma di Malavasi come portiere, ma, la commissione amministratrice, dando un' ennesima testimonianza del suo spirito di autonomia, non si fida delle notizie che vengono dalla segreteria fascista e concede, in attesa di un regolare concorso, un nuovo periodo di proroga. Intanto, la crisi dell'istituto sembra superata: dal minimo quasi storico di 34 domande di due anni prima si sale a 63. E per assegni e premi si spendono ben 90 mila lire.
Un altro nome, tra i vecchi beneficati dal Franchetti, si segnala: Giuseppe Dalla Volta, laureato in medicina e chirurgia, vince la cattedra di medicina legale all'università di Catania.

1927
Dopo il saluto col braccio alzato, diventato obbligatorio, un altro segno dell' esasperante simbologia fascista: sui verbali della commissione amministratrice, il segretario è costretto ad adottare il calendario fascista che nasce dalla marcia su Roma.
Il problema presidenza, intanto, si risolve con la vittoria dei commissari agli ordini del Prof. Ernesto Gallico che per tutto il 1926, nella sua qualità di commissario anziano, aveva svolto le funzioni di presidente (la cui elezione era stata rinviata sine die), esce di scena per scadenza del mandato. Entra al suo posto Umberto Norsa. Si fanno le elezioni per il presidente e la maggioranza (tre su cinque), converge su Cavriani. Che ha però capito di non essere, comunque, troppo gradito alla commissione, ragion per cui, diplomaticamente (dicendo di avere impegni che per lunghi periodi lo costringono fuori Mantova), rifiuta.
N uova elezione ed è eletto Umberto Norsa, appena entrato, ebreo anche lui, come quel Gallico che la commissione avrebbe voluto come presidente, forzando le imposizioni delle gerarchie fasciste. All' elenco dei beneficati dal Franchetti che si stanno facendo onore, si aggiunge il nome di Amedeo Mura che scrive dall' Argentina di aver vinto la cattedra di scultura all'università di Cordoba.
Il 1927 , al di là delle soluzioni del problema presidenza, propone una continuazione della bella storia scritta, tanti anni prima, da Giuseppe Franchetti. A Bozzolo muore Cesare Del Miglio, ingegnere e cavaliere del regno, che lascia all'istituto titoli per 71 mila lire, la cui rendita annuale è di 3.555 lire, cifra che nel suo testamento Cesare Del Miglio ha destinato a una borsa di studio per un universitario povero e meritevole che risieda in uno di questi cinque comuni: Gazzuolo, Bozzolo, Acquanegra sul Chiese, Marcaria e San Martino dall' Argine.
A conferma di una crisi di domande ormai superata è da registrare 1'alto numero di concorrenti 78, e la notevole somma che è stanziata per accontentare i 54 vincitori: qualcosa come 130.000 lire, più di un terzo del bilancio del Franchetti.

1928
Il numero dei concorrenti sale ancora: le domande sono 96 in quest' anno. Purtroppo, se le domande aumentano, diminuisce, invece, la somma a disposizione per i tantiche bussano alla porta dell'istituto.
Amaramente la commissione amministratrice è costretta a prendere atto che i soldi per gli assegni e i premi non superano le 100 mila lire. Certo, è una cifra di tutto rispetto, ma chiaramente insufficiente a coprire le esigenze, ad accontentare i tanti che hanno scoperto o riscoperto il Franchetti. La selezione è, di conseguenza, particolarmente dura.

1929
E' l'anno in cui nella tranquilla gestione dell'istituto, che fino a questo momento è riuscito a conservare una sua autonomia nonostante i ripetuti tentativi di abbraccio del regime, il fascismo si inserisce pesantemente.
Si inserisce grazie al prefetto che, a sua volta, si sostituisce nella concessione degli assegni alla commissione amministratrice. E', infatti, su personale interessamento del prefetto che si assegnano premi a cinque concorrenti, che erano stati esclusi da ogni beneficio da parte della commissione.
Al di là dei nomi dei cinque premiati (sono tutti artisti: Giuseppe Ferrari, Arturo Cavicchini, Clinio Lorenzetti, Gino Donati e Alessandro Bini), è forte il sospetto di trovarsi di fronte a una manovra di sapore clientelare, al tentativo di addomesticare la commissione che finora ha guardato ai meriti dei concorrenti e solo a quelli.
E la Voce di Mantova, ubbidiente foglio del regime, non si lascia sfuggire l'occasione di far polemica e di sferrare un violento attacco frontale al Franchetti, ai suoi sistemi di gestione, ai suoi criteri di selezione.
Tra i beneficati di quest'anno un nome va segnalato.
E' quello di Franco Ferrero che a soli 12 anni è proposto come un' autentica promessa del violino. Gli si assegnano, perché possa continuare gli studi sotto la guida di un buon maestro, 2500 lire. Nella commissione amministratrice, intanto, ha fatto il suo ingresso un altro personaggio destinato a lasciare un'impronta nell'ultima storia politica mantovana: è Ennio Avanzini, già reputato tra i migliori avvocati della città.

1930
Il Franchetti fa un nuovo trasloco. Dal palazzo Aldegatti di via Giovanni Chiassi si trasferisce in via Mazzini 18, in ufl edificio di proprietà del marchese Benzoni. Si firma un contratto per nove anni. Il canone annuo d'affitto è stabilito in 5.000 lire. Intanto, le domande di partecipazione alle borse di studio sono 95, ma solo 62 saranno accolte.

1931
L'istituto è ancora nella bufera. Due esclusi dagli assegni, il cantante Giuseppe Ferrari e il pittore Sandro Bini (che poi troveremo nella schiera dei critici emergenti alla fine degli anni '30), provocano «noie» (come si legge nei verbali della commissione amministratrice) all'istituto. Le noie si possono tradurre in un'indagine della prefettura «sull'andamento amministrativo, contabile e di cassa e in un'interpellanza al ministro dell'educazione nazionale trasmessa poi al Duce».
Scattano le inchieste, ma non si riscontra nulla di irregolare. «Dalle indagini esperite», riferisce il presidente ai commissari, «si è constatata la regolarità in genere della contabilità e della cassa dell' ente».
Quanto all'interpellanza, la spunta la burocrazia che neppure il fascismo è riuscito a cambiare: non se ne saprà più niente.

1932
Le casse del Franchetti piangono. Ci sarebbero 60.000 lire da destinare per assegni e premi, ma sono pesanti le preoccupazioni per il futuro. Sicché si decide di tagliare tra i concorrenti, privilegiando i vecchi beneficati e riducendo le 60.000 lire a poco meno della metà. Il resto lo si mette in cassaforte per il futuro, perché la commissione è unanime nel dichiarare la intangibilità del patrimonio dell'istituto. Ed è per questo motivo che si risponde no anche alle richieste degli affittuali dei vari fondi che chiedono uno sconto sui canoni.

1934
Un boom di concorrenti. Sono 115 le domande che, alla scadenza dei termini del bando di concorso, arrivano all'istituto. Ma i soldi a disposizione sono pochi, anzi, pochissimi. Sono accontentati, comunque, in tanti. Prevale il discutibile criterio di dare qualcosa a tanti, anziché dare molto a pochi. L'impressione è che il Franchetti sia scaduto a istituto elemosiniere, uno dei tanti del regime. A ben guardare, esattamente il contrario di quel che voleva, anni prima, chi si era impegnato nella stesura dello statuto.

1935
Anche se i soldi a disposizione per accontentare il nugolo di richieste che arrivano sono pochi, pochissimi (testimonianza dell'abbassarsi del tenore di vita italiano: nei sei anni che èorrono dal 19 31 al 19 36 il reddito pro capite è inferiore a quello del decennio precedente), non si può rispondere no a Vindizio Nodari Pesenti, vecchio beneficato del Franchetti, che offre in vendita all'istituto ... il busto del duce.
Si stanziano mille lire, come si legge nel verbale della delibera, che, però, equivalgono alle sole spese di fusione (è rimasta, dunque, una certa oculatezza amministrativa).
La delibera è proposta come inelluttabile. La commissione amministratrice decide infatti la spesa in segno «di alto senso di gratitudine verso il Costruttore della nuova Italia...». Ma al duce e al fascismo nel 1935, 1'anno dell'impresa d'Etiopia il Franchetti dà ancora qualcosa, nonostante le ristrettezze, nonostante il boom di domande di studenti, nonostante la scarsità di mezzi a disposizione. Quando è lanciata la campagna per la raccolta di oro, argento e rottame metallico da «offrire alla Patria», il Franchetti all'unanimità decide di dare due medaglie d'oro e, forse con intenti ironici, quella vecchia bicicletta acquistata nel lontano 1908 «in disuso, perché inservibile e smontata di gomme».

1936
Il 29 gennaio arriva al Franchetti una circolare del ministro dell' educazione nazi6naIe che dispone l'immediata sospensione di ogni concorso per borse di studio (è evidente che il fascismo vuoI vedere chiaro nella distribuzione delle borse di studio). Lo scompiglio è notevole, la commissione amministratrice fa appello al prefetto che, alla fine, dà il via al bando annuale. I concorrenti sono
92 e la somma a disposizione ancora bassa. Si cerca, sulla scia del 1935, di accontentare un po' tutti e, in questa logica, la media degli assegni è tra le più basse della storia del Franchetti: circa 800 lire. Siamo ad anni luce di distanza dalle 2000 lire concesse nel 1912 a Bruno Barosi, ragioniere, per studi di perfezionamento all'estero.

1937
La commissione amministratrice decide di mettere ordine nel sistema di conferimento degli assegni e dei premi. Ci si è finalmente accorti che una somma anche notevole distribuita però a pioggia finisce col non aiutare nessuno ed è sicuramente non in rispondenza alle intenzioni del fondatore dell'istituto. Si decide così un cambio di marcia nell' annuale bando di concorso. Si prestabilisce il numero dei premiati. Per i concorrenti, in altre parole, sono a disposizione una borsa di studio, frutto del legato Del Miglio, e 45 assegni di 1.500 lire (che fanno complessivamente uno stanziamento di 67.500 lire, ci
fra tra le più basse nella storia dell'istituto).
Fine, dunque, della politica clientelare perseguita negli ultimi anni? Fine, dunque, dell' opprimente abbraccio della segreteria fascista? Nulla di tutto questo.
Si evitano sì gli interventi a pioggia, ma per non correre il rischio di premiare anche chi non è particolarmente vicino al regime, il bando di concorso sottolinea alcune novità. Per partecipare bisogna esibire, accanto ai meriti, anche un certificato di buona condotta rilasciato dal podestà e il certificato d'immunità penale. E' abbastanza logico dedurre che il regime abbia cercato così di preservare il Franchetti da ogni possibile contaminazione. In altre parole, è ragionevole pensare che il certificato di buona condotta rilasciato dal podestà altro non sia che un insospettabile certificato di «buon fascismo»per ogni concorrente.
Insomma, l'esame preliminare delle domande è fatto dal podestà.

1938
Che il fascismo abbia ormai preso possesso quasi completamente dell'istituto Franchetti lo si può capire da un delibera di quest' anno. Accanto alle 113 .500 lire destinate agli studenti (quasi il doppio dell' anno precedente), si trova traccia anche di un contributo di 500 lire alla casa littoria di S. Biagio. E di una borsa di studio, la prima, a un giovane che vuole diventare pilota. Il discreto stanziamento per assegni e premi permette di accontentare 35 richieste, con 2000 lire ognuna. Tra i beneficati Felice Barbano, che frequenta la facoltà di magistero, poi tra i principali oppositori al regime e dopo la liberazione leader del socialismo mantovano e destinato, tra l'altro, a far parte, nel dopoguerra, della commissione amministratrice. Caso non raro, a testimonianza di una con tinuità d'affetto difficile a trovarsi altrove.

1939
Le disposizioni razziali toccano anche Mantova. Toccano anche l'istituto Franchetti. Il manifesto sulla razza è stato pubblicato il 14 luglio del 1938. Neppure tre settimane dopo (il 3 agosto), entra in vigore la disposizione che vieta l'accesso alle scuole agli alunni di razza ebraica. Passa un mese e il 2 settembre entra in vigore il divieto di accesso e di permanenza nei pubblici uffici. Annota Rinaldo Salvadori nella Storia di Mantova dell'istituto D'Arco: «Ebrei fascisti furono cacciati dalle scuole, professionisti dovettero abbandonare il loro lavoro anche a Mantova».
Il Franchetti, fondato da un ebreo gestito da ebrei (nella commissione amministratrice due sono designati dalla commissione israelitica di culto e di beneficenza), è al centro della bufera ed è rivoluzionato nella struttura. Pensa a tutto il prefetto che fa applicare due modifiche allo statuto. La prima modifica riguarda la commissione amministratrice, da cui scompaiono i due membri ebrei, sostituiti da altrettanti membri nominati rispettivamente dal prefetto e dal partito nazionale fascista. La seconda modifica va a toccare il presidente che non sarà più eletto dalla commissione, ma sarà nominato direttamente dal prefetto.
E', nei fatti, la fine di ogni possibilità d'autonomia.
E' asservimento totale al fascismo. Una rivoluzione nelle strutture del Franchetti che, malgrado tutto, avevano conservato briciole di democraticità, di cui la commissione amministratrice, ormai completamente legata al regime, prende atto con gioia. «Plaudendo», come si può leggere nel verbale che contiene queste annotazioni, «allo spirito fascista». A questa riunione erano naturalmente assenti i due membri a suo tempo designati dalla commissione israelitica e cancellati di colpo dalla guida dell'istituto.
La rivoluzione nelle strutture non frena, comunque, l'afflusso delle domande. E', anzi, il 1939, un anno record.
Le richieste, infatti, arrivano a quota 105 e la somma destinata, una volta vagliate le domande, è di 121.800 lire.

1940
Ma la rivoluzione nella struttura dell'istituto Franchetti non é conclusa. Bisogna seguire alla lettera le disposizioni che arrivano da Roma. Ed è così che all'inizio del 1940 il prefetto, sollecitato dal ministero dell'interno, avverte che bisogna cambiare intestazione a «quelle istituzioni pubbliche di assistenza e beneficenza che siano fondate da israeliti e che rechino in certo modo impresso il marchio della loro origine israelita». Insomma, Giuseppe Franchetti, a 37 anni dalla morte, è costretto a pagare per la sua origine ebrea. Che importa se centinaia, anzi migliaia di giovani (e chissà quanti con la tessera del Pnf) senza alcuna distinzione di fede o di ideologia, proprio grazie a lui hanno potuto continuare gli studi? Il fascismo prosegue imperterrito sulla strada che il nazismo ha tracciato e da un giorno all' altro l'istituto Giuseppe Franchetti di Mantova si trasforma in Fondazione virgiliana per borse di studio.
Ma è una trasformazione di cui nei fatti non c'è traccia.
Sarà perché il Franchetti è così radicato nella realtà mantovana, sarà perché qualche briciola di antifascismo è rimasta, fatto sta che anche dopo le disposizioni del prefetto, nei verbali della riunione della commissione amministratrice si continuerà a utilizzare la vecchia e originaria intestazione. Ovvero: Istituto Giuseppe Franchetti.
Votata com'è a far piacere al regime, la rinnovata commissione amministratrice (ne fanno parte Aroldo Carra presidente, Giulio Giuliani, Vittorio Ghirardini e, almeno formalmente, i due designati dalla comunità israelitica, Aldo Provenzali ed Enzo Levi che, però, non partecipano più alle riunioni) cancella completamente e di colpo il passato e istituisce due borse di studio in memoria di Italo Balbo, appena morto. Una di 6.500 lire (cifra record nella storia dell'istituto) per chi aspira a diventare pilota e l'altra di 1.500 lire.
Per ottenere le due borse di studio non c'è un vero e proprio concorso e la commissione amministratrice è completamente estromessa dalla scelta: i nomi di chi ne beneficerà saranno decisi dal comandante generale della Gil (gioventù italiana del littorio). Nonostante questa rivoluzione, che contempla per i concorrenti anche il certificato di iscrizione al partito nazionale fascista o alle organizzazioni giovanili, le domande aumentano: ne arrivano ben 164.

1941
E' il secondo anno di guerra, i mantovani già piangono parecchi giovani caduti sul fronte. Al Franchetti, intanto, la rivoluzione continua: scompare la figura del presidente.
Con 1'arrivo del commissario prefetti zio (Aroldo Carra che sarà alla guida dell'istituto sino alla liberazione, salvo la parentesi 25 luglio - 8 settembre 1943) scompaiono anche le ultime briciole dell'autonomia dell'istituto.
Si inventa, in compenso, una nuova borsa di studio. E' dedicata alla memoria di uno dei figli del duce, Bruno Mussolini, morto anche lui (come già Balbo), in un incidente aereo, ed è destinata a uno dei giovani iscritti al comando federale della Gil di Mantova, per consentirgli di frequentare il collegio aeronautico di Forlì. Una frequenza che, tra l'altro, costa non poco: 7.139 lire il primo anno e 5.339 il secondo. Anche in questo caso è assurdo parlare di concorso. Il vincitore è designato direttamente dal comandante federale della Gil.
Le domande, comunque, continuano ad aumentare. E il fatto è tra le testimonianze più preziose delle ristrettezze economiche nel secondo anno di guerra, nonché delle speranze di evitare, grazie agli studi universitari, di essere richiamati. Le richieste di premi assegni sono ben 187; ne sono respinte solo 17.
Tra i non ammessi ai benefici, soprattutto studenti ebrei perché le disposizioni in materia razziale hanno fatto nuovi passi in avanti. Come si può leggere dal verbale di una riunione: «Ritenuto poi che per le leggi razziali è vietato agli ebrei di compiere studi di perfezionamento intesi come è espresso nello statuto vigente, nessuna somma né di rendita, né di rendita capitalizzata, può essere invocata neanche a titolo di concorso per gli scopi culturali e tanto meno di beneficenza della Comunità israelitica». La quale, esclusa, come noto, dall' appartenenza alla commissione amministratrice, ha fatto ricorso. Con esito naturalmente negativo.

1942
Siamo nel pieno della guerra. Tante illusioni svaniscono, tanti giovani, già beneficati dal Franchetti, non torneranno più. La grande tragedia è anche mantovana e si consuma, per gran parte, nell'epopea dell'80a reggimento fanteria, spedito a sacrificarsi nel1'Urss. Al Franchetti, sedute rarefatte ed esplosione di domande: 204 in quest' anno pieno di lutti, molte le domande di ragazze, i giovani sono quasi tutti in divisa. Per loro vengono accantonate 70.000 lire. Per gli altri sono a disposizione 200 mila lire. Sembrano molti, ma il costo della vita galoppa già con frenesia.

1943
Il 25 luglio e 1'8 settembre. Due date cariche di significato e che. dai verbali dell' istituto (quei verbali che sono una preziosissima testimonianza storica), si percepiscono in tutto il loro senso. Aroldo Carra, che è commissario prefettizio e che è ormai tutto solo alla guida dell'istituto (la commissione amministratrice è, nei fatti, scomparsa), si dimette alla fine di luglio, qualche giorno dopo il dimissionamento e l'arresto di Mussolini e 1'ascesa di Pietro Badoglio alla guida del governo.
Il segretario del Franchetti diligentemente e burocraticamente verbalizza le dimissioni di Carra e la nomina, al suo posto, il 9 agosto, di Francesco Alessio, professore. Un interregno, quello di Alessio (che assume anch' egli la carica di commissario prefettizio), che si consuma nell'arco di un mese e mezzo esatto. Storia che tutti conosciamo
bene. L'8 settembre il grande sogno di pace e di nuova vita sulle ceneri del fascismo si frantuma. E al vertice dell'istituto c'è un nuovo avvicendamento: Alessio è dimissionato d'autorità, ritorna alla guida Carra. L'insediamento avviene il 25 settembre. Giusto in tempo per firmare il nuovo bando di concorso che registra il solito altissimo afflusso di domande: 203. Sono in gran parte accontentate. I respinti sono solo 33. A disposizione, poco meno di 200 mila lire (70 mila sono state accantonate per quei giovani che sono in guerra). In media poco più di mille lire a testa: poco, pochissimo. Soldi che in questi momenti così duri hanno quasi il sapore di un' elemosina. Al di là dei criteri di assegnazione, difficile dire se si possa fare di più.
Certo, una cosa è da registrare. La solidità patrimoni aIe dell'istituto è ragguardevole: supera i quattro milioni. Come dire che, tenendo conto dell'inflazione, il patrimonio si è mantenuto abbastanza stabile dal 1903, anno della morte di Giuseppe Franchetti.

1944
La tragedia è al suo apice e il Franchetti, per la prima volta nella sua storia, non pubblica il bando di concorso. L'appunto può sembrare irrilevante, ma al cronista dà la percezione di cosa possa essere stato questo periodo, con l'Italia divisa in due, con una tragedia che coinvolge ormai tutto il mondo e di cui, ancora, non si riesce a prevedere l'epilogo. Del resto, di giovani sulla piazza ne sono rimasti pochi. Chi non è prigioniero, ha fatto la sua scelta di campo.
Non si bandisce, dunque, il concorso: però chi riesce a iscriversi, comunque, all'università, può fare domanda e qualcuno, alla fine, riuscirà ad avere qualche lira. L' 11 novembre Mantova è bombardata. Gli effetti sono devastanti e qualche danno lo patisce anche il Franchetti. I vetri delle finestre vanno in frantumi (16 vetri per l'esattezza): vengono sostituiti con i vetri delle cornici dei tanti quadri di proprietà dell'istituto.

1945
L'anno della liberazione e dell'inizio della lenta, faticosa ricostruzione. Cade, definitivamente, il fascismo; tornano libertà e pace. E all'istituto queste tappe sono scandite: il commissario prefettizio che ha retto il Franchetti nel periodo della repubblica sociale scompare dalla circolazione. Il 28 giugno s'insedia nella sua veste di commissario prefettizio Aldo Provenzali, cavaliere del regno. Il segretario annota sui verbali che non c'è scambio di consegne. Le esigenze burocratiche sono accantonate: per l'irreperibilità di Carra (come di tanti altri capi e capetti fascisti), Provenzali prende possesso della carica senza scambio di consegne.
Quel formicolio della nuova vita, in Italia e a Mantova, trova significativa testimonianza nella puntualità con cui, dopo l'anno di assenza, è bandito il concorso. E la svolta politica la si può comprendere da un nuovo requisito chiesto ai concorrenti. Ovvero «uno speciale certificato di buona condotta politica rilasciato dal Cln». Il Cln è il comitato di liberazione nazionale che, nei fatti, ha preso le redini della vita italiana. L'inflazione è alle stelle. Lo si può intuire dalla stessa cifra stanziata dal Franchetti per le borse di studio: poco meno di un milione (per l'esattezza 931.600 lire), contro le 261.200 stanziate nel 1943. Le domande sono 83. Un calo vertiginoso e comprensibile: se il problema quotidiano è, per tanti, mangiare, sopravvivere, non c'è modo di pensare allo studio. Tanti giovani, poi, devono ancora tornare. Influisce, infine, anche la discriminazione politica. Anche se a Mantova il post-fascismo è vissuto con civiltà e compostezza. Sostantivi estensibili alla stessa esperienza del Franchetti.

1946
La vita riprende. Riprende anche al Franchetti che dopo gli anni bui del fascismo e gli anni tragici della guerra ritrova il suo ruolo di elemento propulsore dell'intelligenza mantovana. E', a mio parere, un ritorno alle origini. Il 1946 è, dal punto di vista economico, anno tra i più bui della storia italiana dall'unità in poi. Certo, si stanno gettando le basi della ricostruzione, ma l'Italia è devastata, le tante ferite sono tutt' altro che rimarginate.
Chi è tornato dalla prigionia o dai campi di concentramento, chi è sceso dalle montagne con gli studi troncati a metà o con un diploma in tasca e vuole continuare, è puntualmente frustrato nelle sue intenzioni.
Il costo della vita corre impazzito, piccoli e grandi patrimoni si sono sciolti. Eppure di giovani che guardano al futuro con ottimismo, che scalpitano per riprendere gli studi ce ne sono tanti. E per questi tanti, per tutti gli anni dell'immediato dopoguerra, il Franchetti, forte delle rendite di un patrimonio che gli anni e il buon senso amministrativo non hanno toccato, fa molto, fa tutto o quasI.
Le domande che arrivano dopo la pubblicazione del bando di concorso (una pubblicazione, in quest' anno, attesa addirittura con trepidazione), sono un centinaio. La risposta è positiva per 71 di esse. Tra le quali anche una di un sacerdote (ed è forse la prima volta). A non pochi studenti si arriva a dare ben trentamila lire.
Le statistiche, dicono che nel 1946 il reddito italiano pro-capite è di 60. 711 lire all'anno.

1947
Le vecchie democratiche strutture volute per l'istituto dallo stesso fondatore vengono ripristinate. Il commissario prefettizio, incarico introdotto dal fascismo e poi conservato per motivi abbastanza comprensibili dopo la liberazione, scompare per essere sostituito dalla tradizionale commissione amministratrice. Non esce di scena, comunque,
Aldo Provenzali, le cui benemerenze sono note, e che resta, come presidente, alla guida dell'istituto.
Nella commissione due nomi da segnalare, a testimonianza del riconquistato prestigio: Luigi Grigato, per molti anni, poi, sindaco di Mantova e Vittore Colorni.
Le domande per borse di studio salgono. Se ne registrano più di 100. E aumentano anche gli stanziamenti e l'entità delle singole borse. A qualche studente che sceglie studi particolarmente impegnativi, sono concesse borse di studio di 90 mila lire. D'accordo, il ritmo dell'inflazione è frenetico, ma l'aumento, in termini reali, è comunque vistoso.

1948
Le domande sono ancora in aumento. E sale il numero degli studenti cui l'istituto concede borse si studio o premi: sono 100 esatti. Questo rinnovato boom di domande propone significativamente il fervore di vita dell'Italia e della città. E' un'esplosione di smania di studiare, di apprendere che trova riscontro nell' afflusso di sudenti agli istituti superiori e nell' emigrazione temporanea di centinaia di giovani verso le sedi universitarie più vicine: Padova, Parma, Modena, Bologna e Milano. A testimonianza dell' alto livello dei concorrenti alle borse di studio Franchetti, va sottolineato un particolare. Dal 1906 in poi sono stati parecchi i giovani che, ottenuta la borsa si studio, hanno poi dovuto rinunciarvi per aver vinto un posto nei più prestigio si collegi universitari italiani (per esempio, il Ghislieri e il Borromeo di Pavia, in cui sono passati decine e decine, se non centinaia di mantovani).
Una rinuncia naturale perché lo statuto del Franchetti, per non creare favoritismi, prevede appunto che le sue borse di studio non siano cumulabili con altre.
Un ultimo appunto sul 1948: si spendono per i premiati più di cinque milioni. Cifra tra le più alte in assoluto: la media per premi e borse di studio è di 50 mila lire.

1949
Un piccolo giallo movimenta le sedute della commissione amministratrice. Arriva la notizia che Luigi Glingani, vecchio beneficato del Franchetti, ha lasciato tutto, morendo, all'istituto. Un patrimonio, dicono, ragguardevole.
Che sfuma, però, alla lettura dell'ultimissimo testamento di Glingani. Che, comunque, si è ricordato dell'istituto lasciandogli 100 mila lire. Pare, comunque, in effetti, che in precedenti stesure del testamento, erede universale dei beni del Glingani fosse realmente !'istituto Franchetti.

1950
Sempre più in su il numero di domande. Ne arrivano 140, si è al livello dei periodi migliori dell'istituto. I premiati superano i 100: 110, per l'esattezza.
Nella commissione amministratrice un ingresso significativo: entra Felice Barbano, vincitore di una borsa di studio del Franchetti nel 1938 e tra i leader emergenti nel Psi mantovano, ma non solo mantovano.

1951
Il numero di domande è sempre elevato: 125. Come è elevato il numero dei premiati: sono 88.
In una relazione tenuta al Rotary sull' attività del Franchetti, il presidente dell'istituto, Aldo Provenzali, parla di ben 5 mila studenti premiati dal 1906 in poi.

1952
Un altro significativo ingresso nella commissione amministratrice: Renato Colombo, socialista, poi deputato, senatore e sottosegretario.

1953
L'afflusso di domande è sempre ad alti livelli. Più di 100. Si accontentano 68 giovani, a qualcuno vanno 150 mila lire.
La commissione dimostra la sua lungimiranza e la totale comprensione della volontà del fondatore, accontentando un giovane pianista, Gualtiero Caprioglio, che ha fatto all'istituto una particolarissima domanda: perfezionare i suoi studi da Michelangelo Benedetti, astro nascente della musica mondiale.

1954
Si lancia un concorso riservato esclusivamente ai laureati. In palio un premio di mezzo milione di lire.

1955
Il patrimonio dell'istituto aumenta. Il meraviglioso esempio lasciato da Giuseppe Franchetti continua, insomma, a trovar seguaci. Muore ad Acquanegra sul Chiese Rosa Ferrabò che lascia tutti i suoi beni all'istituto. La stima fatta dice che il patrimonio è di 4.590.000 lire.
Tra i 63 premiati di quest' anno un nome che dice molte cose sulla vitalità del Franchetti: Chiara Perina, figlia di quel Giulio Perina, pittore di fama non esclusivamente locale premiato nel lontanissimo 1926. Insomma, di padre in figlio con il Franchetti.

1962
Muore Maria Ploner, sorella di Pietro Ploner, ingegnere, uno dei primi beneficati dall'istituto. Seguendo alla lettera le volontà del fratello, Maria Ploner lascia quasi tutto al Franchetti. Un tutto che è notevole: un fondo a  Torricella e una casa a Mantova in via Pescheria.

1971
Nella lunga storia del Franchetti, questo è forse l'anno più difficile. Tanto difficile da mettere in dubbio la stessa sopravvivenza dell'istituto. Di chi la colpa? Di una legge, la legge n. 11 dell' 11 febbraio del 1971 che riduce del 50% i canoni dei fondi rustici.
Il Franchetti, in questo momento, vive quasi completamente grazie alle entrate che gli derivano dai fondi. Una riduzione così come è prevista dalla legge equivale al blocco delle attività istituzionali del Franchetti che mediamente destina il 28% circa del suo gettito alle borse e agli assegni di studio.
Come reagire? La commissione amministratrice in carica (ne fanno parte Domenico Ruggerini, Rinaldo Salvadori, Cesare Dina, Tilde Coen, Carmine Cairone) ha due possibilità per muoversi. O vendere alcuni piccoli fondi e con il ricavato, nonché con un mutuo di 400 milioni, acquistare un altro fondo, libero da contratti, per poi condurlo in economia. O stipulare convenzioni transative con gli aHittuali in modo da arrivare, così come è previsto dalla legge, a un canone eguale, non dimezzato. Si sceglie questa seconda strada. E' un'azione lunga, paziente, ma che ha portato a parecchi benefici. Oggi i fondi sono ancora di proprietà del Franchetti e negli anni hanno conosciuto un progressivo ammodernamento.

1975
L'intera raccolta di quadri del Franchetti accumulata negli anni, testimonianza preziosa di un periodo tra i più fertili della pittura mantovana e della tangibile riconoscenza dimostrata dai tanti artisti che grazie all'istituto hanno potuto muovere i primi passi o perfezionare i loro studi, è ceduta in prestito al museo civico di Mantova che sta per aprirsi in Palazzo Te.
Tra le opere date in prestito, firme ben note a chi sa di arte; nomi che, negli anni, hanno visto consolidare la loro fama, anche al di là dei confini mantovani. VaI la pena di citarne qualcuno: Mario Lamini, Giuseppe Guindani, Arturo Cavicchini, Giulio Perina, Carlo Zanfrognini, Mario Moretti Foggia.
E' un gesto significativo, la cui portata non può sfuggire. Dalle pareti molto nascoste della sede del Franchetti, i quadri vengono proposti ai visitatori delle sale del museo
civico: ennesimo segno di un' apertura dell'isitituto verso la città, della sua disponibilità verso quella Mantova cui tanto ha dato e alla quale tanto può ancora dare.
Il 1975 è anche l'anno in cui è redatto un particolareggiato bilancio del patrimonio dell'istituto. Che è così riassumibile: terreni agricoli per quasi 1000 biolche di terra (936,33) per un valore di 1,5 miliardi; 21 appartamenti e una casa in nuda proprietà in via Pescheria in città, presenti a bilancio per una cifra di circa 400 milioni. Negli anni, insomma, il patrimonio è rimasto intaccato, fatto ancor più significativo se si considera che l'istituto ha vissuto (e vive) esclusivamente con i propri mezzi.

1977
Dalle domande, in calo ormai da anni, un fatto da sottolineare: le domande delle studentesse, 25, superano quelle degli studenti, 19. E' la prima volta che succede, altra testimonianza preziosa dei tempi cambiati e di una corsa verso l'università che è ormai generalizzata. Settanta anni fa, per dire delle trasformazioni, le ragazze che erano iscritte all'università erano esattamente un decimo dell'intera popolazione universitaria.

1980
Vengono messe a concorso 20 borse di studio da un milione l'una. La commissione amministratrice, di fronte a un calo di domande che continua anno dopo anno, giudica opportuno modificare gli originali criteri concorsuali. E' l'unico modo per far fronte a una crisi evidente le cui cause, comunque, non sono imputabili all'istituto, ma, semmai, al tanto tempo trascorso dalla nascita del Franchetti.
Settanta e più anni di profonde trasformazioni civili e sociali, di passaggio da un'Italia (e, conseguentemente, di Mantova) quasi totalmente agricola, a un'Italia che è tra i paesi più industrializzati del mondo e che già ha imboccato la strada del terziario avanzato.
Di passaggio da un'istruzione d'élite a una istituzione di massa. Dai 20 mila studenti universitari l'anno dei primi del Novecento al milione e passa degli anni Settanta e Ottanta.
E' dunque abbastanza chiaro e altrettanto comprensibile che, oggi, di fronte alla corsa all'università e al grande miglioramento del livello di vita, i lontani suggerimenti del fondatore dell'istituto Franchetti abbiano finito, inevitabilmente, per piombare nell' anacronismo. L'istituto, in altre parole, ha finito per rappresentare quello che, sognandolo, Franchetti non voleva fosse: ovvero, nella stretta osservanza delle norme statutarie, un anonimo dispensatore di sussidi. Il che permette di capire, da un lato, l'inesorabile calo di domande che comincia con gli anni sessanta e, dall' altro, la stessa decadenza dell'istituto che smarrisce la sua originale funzione di stimolatore dell'intelligenza mantovana. Un annullamento di personalità cui la commissione amministratrice tenta di rimediare con quella che si può definire una lunga azione di ripensamento, una paziente marcia alla conquista di una nuova identità. Un processo che comincia con la presidenza di Cesare Dina. E' appunto in una riunione che risale al settembre del 1980 che uno dei commissari, Alfonso Galdi, propone un salto di qualità, cioè il passaggio dalla dispersione a pioggia delle borse di studio (il cui valore reale continua a diminuire con il tempo), a una concentrazione specialistica. C' é un giovane particolarmente dotato, ma privo di possibilità economiche per poter studiare? Bene, propone Galdi, l'istituto deve concentrare su di lui la propria disponibilità finanziaria. E ancora: non necessariamente ogni anno, si potrebbero bandire concorsi per borse di studio su temi o problemi di rilievo sociale e
interessanti il Mantovano (per restare, appunto, nello spirito del fondatore Franchetti). E', come si vede, solo un parziale abbandono della prima strategia dell'istituto; nessuna rottura traumatica, dunque: semmai, l'adeguarsi ai tempi, restando fedeli allo spirito che era stato alla base della nascita del Franchetti. Ed è significativo che la proposta di Galdi sia approvata all'unanimità dalla commissione amministratrice. Comincia così il cammino della proposta che troverà immediatamente un appassionato e convinto fautore nel successore, alla presidenza dell'istituto, di Cesare Dina. Sarà infatti nel 1983 con Giovanni Rossi che, pur essendo rimasto pochissimo alla guida del Franchetti, ha saputo lasciar traccia di sé, che si arriva ad una prima concretizzazione della proposta di Galdi con il concorso per una ricerca scientifica sui tumori maligni.

1981-1986
Nel 1981 un altro lascito all'istituto, segno di generosità che neppure questi tempi così convulsi hanno spento; segno anche, tutto sommato, di una resistente vitalità del Franchetti, della sua riconosciuta funzione nell' ambito cittadino e provinciale. Ada Vincenzi, nata in Svizzera, ma cittadina mantovana dai primi del Novecento, maestra per mezzo secolo, muore a 96 anni, lasciando tutti i suoi beni, valutati in 155 milioni, all'istituto Franchetti.
La commissione amministratrice, nella scia di quella volontà di rinnovamento di cui si è cominciato a parlare nel 1980, decide subito di istituire un premio annuo di quattro milioni, dedicato, appunto, ad Ada Vincenzi e riservato a un laureato in medicina, per ricerche oncologiche. La prima edizione del premio si ha nel 1983.

IL CONTRIBUTO ALLA CRESCITA DI MANTOVA
L'hanno definito in tanti modi. Osservatorio dell'intelligenza mantovana. Fabbrica di cervelli. Vivaio di teste d'uovo. Lo stesso fascismo cercò di fame un allevamento della propria classe dirigente. E tanti amministratori, tanti politici proprio in esso si sono fatti le ossa. Insomma, nella storia mantovana degli ultimi 80 anni l'istituto Giuseppe Franchetti ha una sua valenza non dimenticabile, occupa un posto di tutto rispetto. Ha fatto studiare migliaia di giovani, altri li ha aiutati: soprattutto con il tradizionale appuntamento, ogni anno, del bando di concorso ha agito da stimolo, da pungolo tra le giovani intelligenze della città e della provincia. Esagerazioni? Non direi. Il tempo è giudice, recita la massima. Nel caso del Franchetti, invece, il tempo si è rivelato pessimo giudice, perché i suoi meriti, oggi, sono per la gran parte dimenticati. Ma al cronista che si è avventurato nel passato dell'istituto, che s'è letto le migliaia di pagine delle centinaia di verbali delle riunioni delle commissioni amministratrici che negli anni si sono succedute, le risultanze, dati alla mano, sottolineano un'unica e insostituibile funzione dell'istituto nel progresso mantovano. Perché, per parlar chiaro, nel 1906, quando dopo tre anni di non facile gestazione l'istituto Giuseppe Franchetti è stato reso finalmente operativo, nel Mantovano chi arrivava al diploma faceva di per sé notizia. Per non parlare di chi riusciva a laurearsi. Gli assegni che al suo apparire, e per molti anni successivi, il Franchetti concedeva ai concorrenti ritenuti validi, erano di tale consistenza da coprire, se non tutte, quasi tutte le spese per un anno universitario, o per frequentare qualche studio di pittura allora di buon livello, o per raffinare le doti canore presso qualche valido maestro, o, addirittura, per perfezionare gli studi in qualche celebre sede straniera di università. E' materialmente impossibile, in questa sede, dire quanti giovani hanno potuto giungere a un esito positivo dei loro studi grazie al Franchetti o, almeno, con lo zampino del Franchetti; l'impressione di chi, per scrivere questa storia, si è tuffato nel passato, è che per tanti, almeno dalla costituzione sino all'immediato dopoguerra, il ruolo del Franchetti sia stato fondamentale. Tanti di quei professionisti i cui nomi, a livello mantovano, godono di notorietà. E tanti anche di quelli che, al di là di Mantova, hanno raggiunto il successo.
Una cosa è sicura. L'istituto Franchetti è nato in un periodo di povertà culturale non solo mantovana. Basta dare una occhiata alle date per rendersene conto. Il Franchetti comincia a operare nel 1906. A quale livello sia l'istruzione è ricostruibile. Nel 1900, dicono le statistiche, due italiani su 10.000 proseguivano gli studi oltre le elementari. E' una media nazionale, d'accordo, che tiene conto dei dati del centro-sud dell'Italia, allora più di oggi depresso e in condizioni di particolare arretratezza culturale. E' dunque pensabile che il Mantovano (che, comunque, era considerato tra le aree depresse della Lombardia e che pure aveva dimenticato gli effetti della dominazione austro-ungarica cessata nel 1866 con l'annessione al regno d'Italia) sia al di sopra della media. Anche se non di tanto.
Ma andiamo avanti con le statistiche. Il censimento del 1901 ha rivelato che gli analfabeti in Italia sfiorano il 50%. Come dire che un italiano su due non sa leggere o non sa scrivere. In Lombardia la media di analfabeti (siamo sempre ai dati del 1901) si abbassa parecchio: é al 20%, ovvero un lombardo su cinque è analfabeta. Mantova è al di sopra della media lombarda. Al di là dell'analfabetismo la situazione resterà stabile per anni. La scuola secondaria continuerà per parecchio tempo a essere considerata privilegio di pochi. Nel 1914, per esempio, gli istituti medi sono frequentati dall'8 per mille della popolazione; se la scuola secondaria può essere un privilegio, è facile comprendere che cosa possa rappresentare l'università. Nel 1900 gli studenti universitari sono 26.000 in tutt'Italia, cifra che resterà stazionaria per tanti anni, superando quota 30.000 solo nel 1915, anno in cui i laureati sono 2778 (e solo 292 donne). E' una situazione che ha due spiegazioni: da un lato l'arretratezza culturale dell'Italia che da pochi decenni ha raggiunto l'unità nazionale, dopo secoli di divisioni e di spietata dominazione. Dall' altro il tenore di vita molto basso. Il reddito nazionale lordo nel 1903 è di 13.050 milioni, il reddito pro capite di 379 lire, che salirà a 407 nel 1906 quando il Franchetti comincia ad agire e per dire di quelle cifre basterà sottolineare che, appunto nel 1906, a Vindizio Nodari Pesenti per un soggiorno di studio in varie città italiane verranno concesse 1300 lire, ovvero tre volte esatte il reddito medio annuo di un italiano. A spulciare la Gazzetta di Mantova di quegli anni si può comunque rilevare che ogni sessione di laurea i neodottori di sangue e residenza mantovani erano due-tre per volta e i diplomati del regio istituto Pitentino toccavano raramente i 15 per anno. Insomma, a Mantova, come nel resto d'Italia, l'istruzione secondaria era privilegio di pochissimi e ancora meno erano quelli che si avventuravano negli studi universitari. Anche perché non essendo Mantova sede universitaria (e la città, oltre tutto, già allora soffriva l'isolamento stradale e ferroviario), andare all'università, significava trasferirsi per quattro-cinque o anche più anni, con spese che solo famiglie ricche potevano sopportare.

E' in questo contesto, dunque, che il Franchetti comincia a seminare borse di studio, o per dirla, con il linguaggio di quei tempi, assegni e premi (questi ultimi erano concessi una tantum). E il ruolo che può aver giocato nel progresso della collettività mantovana, sicuramente sino all'immediato dopoguerra, è di per sé comprensibile. Sono in tanti ad aver raggiunto una laurea o una specializzazione post laurea solo perché hanno potuto godere del fiancheggia mento di questo istituto che è unico nella storia mantovana e che per la sua struttura non ha molti eguali nel panorama italiano. Ma c'è qualcosa d'altro da sottolineare, proprio per mettere in risalto la funzione stimolatrice nella realtà culturale mantovana del Franchetti. L'istituto non è stato solo dispensatore di borse di studio a chi, già con un diploma, voleva la laurea o a chi, già laureato, inseguiva la specializzazione. Così come il fondatore, Giuseppe Franchetti, aveva abbastanza chiaramente scritto nel testamento, gli aiuti del Franchetti sono andati a tanti che tentavano una carriera artistica. Come pittori, scultori, cantanti lirici, musicisti. Addirittura aspiranti poeti. E' emblematico, a questo proposito, l'episodio di Guido Bassi, qualificato come poeta autodidatta nei verbali del Franchetti, che nel 1900 chiede un aiuto economico per poter studiare, o per essere più precisi, proprio per diventare poeta. La risposta è positiva: a Bassi il Franchetti paga le lezioni private, prima da Quintavalle Simonetta (laureata in lettere), che perde alla svelta la pazienza e finisce per dimettersi dall'incarico, poi da don Pellegrino Accordi. E, al di là del campo artistico, il Franchetti è arrivato a non negare aiuto né alle promesse dello sport, né agli operai che aspiravano a migliorare la loro istruzione e la loro posizione. Il che è come dire che l'istituto non è stato gestito con criteri élitari, si è sempre aperto a tutte le istanze. E ogni domanda è stata puntualmente vagliata anche se arrivava fuori dei termini: se chi cl:J.iedeva, aveva meriti particolari da proporre, l"aiuto era sicuro. Un aiuto che, spesso, si spingeva a pagare gli studi all' estero. Non penso siano stati molti gli italiani che all'inizio del secolo potevano perfezionare i loro studi, o arricchire le loro specializzazioni frequentando le più consacrate università straniere. In media, il Franchetti rispondeva positivamente una volta all' anno a richieste del genere.

Né, ultimo appunto, è mai stata fatta discriminazione tra uomini e donne. Eppure, quando il Franchetti ha cominciato a incidere nella realtà mantovana, le donne che arrivavano alla laurea erano pochissime in tutt'Italia, meno di 200 all' anno, neanche un decimo degli uomini. Già al suo apparire le donne sono presenti in discreta percentuale nell'elenco dei premiati. E neppure nel pieno del fascismo, quando la carta della scuola che portava la firma di Giuseppe Bottai scoraggiava la donna ad avere ambizioni di lavoro e indicava nei compiti familiari il loro vero dovere di fasciste (in perfetta coerenza con una politica di sollecitazione demografica) il franchetti attuerà la discriminazione uomodonna. L'unica discriminazione stava nei meriti. Chi ne poteva vantare, poteva star tranquillo su aiuti che sarebbero stati ripetuti per tutto il corso di laurea. Chi non ne poteva vantare, doveva rassegnarsi. E chi, ricevuto l'aiuto, sgarrava, doveva attendersi sollecitazioni e rimproveri che arrivavano puntuali.
Insomma, per almeno 50 anni della sua attività il Franchetti non ha mai recitato un ruolo passivo, non è stato l'anonimo ufficio che burocraticamente assolveva ai suoi compiti istituzionali e che spendeva pur di spendere. Al di là del fatto che è stato retto con un' oculatezza amministrativa che permette di godere oggi, pur non avendo mai avuto sovvenzioni o aiuti (al contrario è stato il Franchetti ad agire da sovvenzionatore), di un patrimonio addirittura superiore di quello della nascita, l'istituto ha puntualmente esaminato i concorrenti di ogni anno. Ha sviscerato le effettive condizioni economiche (come al solito qualcuno tentava il raggiro), ha effettivamente fatto una scala di meriti, ha controllato quei meriti negli anni successivi. Il fatto stesso che i beneficati, per gran parte, una volta raggiunto il successo nella professione e fuori dai confini mantovani, se non addirittura italiani, abbiano sentito il desiderio di farsi vivi con l'istituto è di per se stesso motivo di orgoglio. Come è motivo di orgoglio il fatto che i lasciti che si sono succeduti dal 1906, sulla scia del primo esempio del fondatore, portino in gran parte la firma di vecchi, vecchissimi beneficati del franchetti. Oggi i tempi sono cambiati. Da privilegio di pochi l'istruzione superiore è istruzione di massa. Da università d'élite l'università italiana con il suo milione e passa di iscritti all' anno, è università di massa e la funzione del Pranchetti così come l'aveva sognata il suo fondatore, ha finito per smarrirsi. C'é, evidentissima, la necessità di reinventarla, di fare, a questo scopo, un grosso sforzo di fantasia perché le potenzialità dell'istituto, comùnque intatte, a incidere nel tessuto dell'intelligenza mantovana non si perdano. Perché come ieri e come l'altro ieri, anche domani il Franchetti possa restare quell'incredibile fabbrica di cervelli che è stato per tanti decenni.

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